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Luigi Capuana



Delitto
Ideale




1902

REMO SANDRON -- Editore

Libraio della Real Casa

MILANO-PALERMO-NAPOLI




_Proprietà letteraria dell'Editore_

REMO SANDRON



Palermo, Tip. ANDO'.





A EDOARDO ROD


_Carissimo Amico,_

Terminando di leggere la semplice storia dell'umile famiglia e
dell'umile lite che vi ha fatto scrivere nell'_Eau courante_ pagine
così schiette e così evidenti da far dimenticare che si tratti di
finzione d'arte--e questo mi sembra il più bel elogio a cui un
romanziere possa aspirare--io pensavo:

L'amico Rod, come tanti altri, ha abbandonato la novella e da un
pezzo!

E il caso vostro mi ha spinto a riflettere che non si tratta di un
fenomeno personale quasi eccezionale, ma di tendenza, spiccata, del
lavoro letterario di questi ultimi anni.

Il romanzo già uccide la novella?

A un novelliere impenitente come me il fatto dà molto da pensare.
Anche nella ricca produzione francese i volumi di novelle cominciano a
divenire di mano in mano più rari. Siamo lontani dal tempo in cui Guy
de Maupassant conquistava la celebrità con parecchie serie di
narrazioni, la più lunga delle quali non sorpassava le cinquanta
pagine, e che ottenevano l'onore di frequenti ristampe.

A chi attribuire la colpa del quasi abbandono di un genere letterario
fiorito riccamente per tanti secoli e in grande onore fino a pochi
anni fà?

Nell'ansiosa fretta di vivere e di di godere che ci urge, avrebbe
dovuto accadere altrimenti. Con narrazioni brevi, spigliate,
sorridenti d'ironia e di umore, o piene di sentimento e di tragico
raccapriccio, dove le figure tracciate alla lesta, di scorcio, dove le
passioni condensate, rettificate come l'alcool, sembravano di
corrisponder meglio alla febbrile richiesta di impressioni e di
sensazioni rapidamente diverse, la novella avrebbe dovuto guadagnare
terreno invece di perderne.

È avvenuto l'opposto, e quando più essa mostrava la sua grande
facilità di adattarsi a ogni genere di soggetti, di poter quasi fare a
meno dei soliti casi passionali e di spingersi verso regioni elevate,
senza diminuire per questo la genialità della sua forma.

Peccato!

Per quali ragioni il romanzo ha preso in questi ultimi anni il
sopravvento su la novella?

Ragioni puramente letterarie non ho saputo scoprirne. Veggo, però, che
molti romanzi odierni, come contenuto, sono novelle più o meno
abilmente diluite in trecento e più pagine, a furia di descrizioni e
di pretesa analisi psicologica. Gli stessi fatti richiederebbero in
una novella (Voi lo sapete meglio di me) sforzi d'ingegnosità tecnica
infinitamente maggiori. La novella è il sonetto dell'arte narrativa.

E Voi non mi accuserete di esagerazione se affermerò che è più facile
lo scrivere un mediocre romanzo anche di cinquecento pagine, che non
un'eccellente novella di dieci paginette soltanto. È vero che le
eccellenti novelle sono rare quanto gli eccellenti romanzi: ma io non
ho ritegno di aggiungere che una mediocre novella vale qualche cosa di
più di un mediocre romanzo, non fosse per altro, per la brevità; non
ha tempo di annoiare i lettori.

Tutto questo, detto in testa a un volume di novelle, potrebbe sembrare
un'orazione _pro-domo sua_. Voi non lo sospetterete, e voglio
augurarmi che non lo sospetterà nessuno dei miei pochi lettori.

Certamente io desiderei che qualcuno si accorgesse dell'intenzione con
che è stato messo insieme questo volume per mostrare i diversi
atteggiamenti di cui è capace la novella odierna, se mai, per caso,
qualcuno stimasse che metta conto perdere il suo tempo in simili
osservazioni. E desiderei che se ne accorgesse non per interesse del
mio volume--ormai l'età e l'esperienza mi han guarito da certe
fisime--ma per ragioni più importanti e più generali quelle, intendo,
che riguardano l'esistenza stessa della novella.

Ma forse queste ingenue malinconie faranno sorridere di compassione
lettori e critici. Sono morte tante belle e nobili cose: possiamo
lasciar morire tranquillamente e oscuramente la Novella!

E scusate, caro Rod, se per avere un pretesto di dirvi che vi ammiro e
che vi voglio bene, Vi ho chiamato a parte di un inutile sfogo.

Roma, 5 aprile, 1902.

LUIGI CAPUANA.




DELITTO IDEALE

A FEDERICO DE ROBERTO.


--E la giustizia?--esclamò Lastrucci.

--Quale?--replicò Morani.--Di quella del mondo di là, nessuno sa
niente; la nostra, l'umana, è cosa talmente rozza, superficiale,
barbarica, da non meritar punto di essere chiamata giustizia. Condanna
o assolve alla cieca, per fatti esteriori, su testimonianze che
affermano soltanto l'azione materiale, quel che meno importa in un
delitto. Il vero delitto, lo spirituale, resultato del pensiero e
della coscienza, le sfugge quasi sempre; e così essa spessissimo
condanna quando dovrebbe assolvere e assolve, pur troppo! quando
dovrebbe condannare.

--Ecco i tuoi soliti paradossi! La giustizia umana fa quel che può.
Vorresti dunque punire fin le intenzioni nascoste?

--Certamente. Un omicidio pensato, maturato con lunga riflessione in
tutti i suoi minimi particolari e poi non eseguito perchè l'energia
dell'individuo si è già esaurita nell'idearlo e prepararlo, è forse
delitto meno grave d'un omicidio realmente compiuto?

--Tu foggi un caso strano, eccezionale.

--Più comune di quanto immagini. Ed io ho conosciuto un uomo, degno
veramente di questo nome, il quale si è giudicato da sè per un delitto
di tal genere, e si è punito come se avesse proprio commesso
l'omicidio soltanto fantasticato e progettato.

--Era pazzo costui.

--Era un gran savio, dovresti dire. La sua coscienza non gli dava
pace. E siccome egli non poteva presentarsi a un giudice e
accusarsi--il giudice avrebbe ragionato come te e lo avrebbe fatto
chiudere in un manicomio--così per attutire i rimorsi, si è giudicato
e si è condannato da sè ad espiare la stessa pena che il magistrato
gli avrebbe inflitta, se avesse potuto giudicarlo secondo la legge
ordinaria.

--Come ha fatto? E perchè avea voluto ammazzare?

--Per gelosia.

--Si sarà accordato almeno le attenuanti!--disse Lastrucci sorridendo.

--Nessuna attenuante--riprese Morani.--Oh! Non era uomo volgare. La
profonda cultura e la esperienza della vita avrebbero dovuto metterlo
in guardia contro i subdoli suggerimenti di quella bassa passione;
infatti, riconosciutosi illuso dalle apparenze, egli pensava che
sarebbe stato suo dovere sottrarsi al loro inganno. Invece, non aveva
fatto nessuno sforzo; si era lasciato travolgere senza resistenza; e
ciò rendeva imperdonabile agli occhi suoi l'intenzionale delitto.

--Non capisco. Siamo forse padroni di noi stessi in certe circostanze?

--Il mio amico giudicava che dobbiamo esser sempre padroni di noi
stessi, se vogliamo dirci creature ragionevoli.

--Dal dovere all'essere ci corre un bel tratto. Costui, stimandosi
creatura ragionevole, ragionava assai male.

--No. Tullio Dani ha fatto una nobilissima azione. La sua sublime
eccezionalità consiste appunto in essa. Ascolta. Aveva preso moglie un
po' tardi, a quarantacinque anni; e la sua signora, bellissima, ne
aveva appena vent'otto. Bell'uomo anche lui, serio, indipendente, avea
potuto sodisfare ogni suo desiderio, coltivando lo studio prediletto
delle cose letterarie e filosofiche, intraprendendo lunghi viaggi in
Europa e in America per aumentare la sua cultura, che l'eccessiva
modestia gli ha impedito di mostrare agli altri con lavori d'arte o di
riflessione. Non ha mai pubblicato neppure un articolo, e avrebbe
potuto scrivere libri assai meglio di parecchi. Aveva anche, come suol
dirsi, goduto la vita. La sua virile bellezza gli avea procacciato
facilmente molte buone fortune presso le donne. E fino ai
quarantaquattro anni gli era riuscito di conservare intatta la sua
libertà di cuore, forse per un sentimento di egoismo prodotto dalla
passione dello studio, forse perchè fino allora non gli era avvenuto
d'incontrare la donna ideale da lui vagheggiata. La solitudine della
sua vita--era rimasto orfano giovanissimo e non aveva stretti
parenti--non gli era parsa mai grave. Pagava unicamente con la carità
il suo debito di uomo sociale; e non attendeva che la gente si
rivolgesse a lui. Andava incontro a coloro che soffrivano, e tra
questi sapeva indovinare coloro che soffrivano più chiusamente in
miseria schiva e rassegnata.

Dopo i quarantaquattro anni, egli cominciò ad accorgersi che il
celibato stava per divenirgli increscioso. Sentiva di aver sodisfatto
a bastanza le esigenze dell'intelletto, e di aver trascurato troppo
quelle del sentimento.

Annunziandomi il suo prossimo matrimonio, mi avea domandato:

--Ti sembra che ci sia molta sproporzione tra la mia età e quella
della futura mia moglie?

--No davvero--risposi.

Questa idea che lo aveva tenuto esitante parecchi mesi, dovette
riaffacciarglisi, sei mesi dopo, alla mente quando egli sentì i primi
sintomi della gelosia che parve invecchiarlo di dieci anni in
pochissimo tempo. Credendolo colpito da male occulto che gli
insidiasse la vita, lo sollecitavo caldamente di consultare un medico
e di curarsi.

--Sto benissimo--rispondeva.

--La tua signora è impensierita--gli dissi una volta.

--Per così poco?--soggiunse con accento d'ironia e di tristezza.

Non osai d'insistere oltre, sospettando intime ragioni inesplicabili
per me. La giovane sposa mi sembrava in continua adorazione davanti a
lui. Bionda, piccola, gracile, sufficientemente colta da potere
apprezzarne l'elevatissima intelligenza e la immensa bontà d'animo, io
la stimavo vinta dal doppio fascino della virilità di quel bruno, alto
e forte, e della luminosità dello spirito che gli raggiava negli occhi
nerissimi e nell'ampia fronte. Sapevo che lo aveva amato lei prima di
essere amata, e che questa circostanza avea molto contribuito ad
affrettare la risoluzione e la decisione di lui.

Un anno dopo, la febbre tifoidea troncava quasi improvvisamente quella
giovane vita.



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